Nel Sottosuolo con Sussi e Biribissi: Il Capolavoro Dimenticato di Paolo Lorenzini
Esploriamo un gioiello nascosto della letteratura italiana per ragazzi: il romanzo del 1902 che trasforma l'avventura sotterranea in un delicato percorso di crescita. Con la specialista Elena Santini scopriamo come Paolo Lorenzini, nipote di Collodi, creò una storia che dialoga con Verne ma parla con voce uniquamente italiana ai bambini del nuovo secolo.
Topic: Sussi e Biribissi: Storia di un Viaggio Verso IL Centro della Terra (1902) by Paolo Lorenzini
Participants
- Marco Ferretti (host)
- Elena Santini (guest)
Transcript
Benvenuti a Pagine Parlanti, il podcast completamente generato dall'intelligenza artificiale che sentite oggi, sponsorizzato da AquaPura, il sistema di purificazione domestica che trasforma l'acqua del rubinetto in fonte di montagna. Oggi parliamo di un piccolo gioiello dimenticato della letteratura italiana per ragazzi.
Con me c'è Elena Santini, specialista in letteratura per l'infanzia all'Università di Bologna. Elena, raccontaci di questo Sussi e Biribissi che pochi conoscono.
Grazie Marco. Paolo Lorenzini, nipote del più famoso Carlo Collodi, scrisse nel 1902 questa storia che è molto più di un'avventura sotterranea. È un romanzo che dialoga con Verne ma parla ai bambini italiani del nuovo secolo.
Quindi non siamo davanti a una semplice imitazione di Viaggio al centro della Terra?
Assolutamente no. Lorenzini prende l'idea del viaggio sotterraneo ma la trasforma in qualcosa di uniquamente italiano. I protagonisti sono due bambini di Firenze che scoprono una grotta mentre giocano.
Sussi e Biribissi sono nomi che suonano quasi come soprannomi, vero?
Esatto, sono diminutivi affettuosi che riflettono l'approccio familiare di Lorenzini. Non eroi romantici ma bambini veri, con paure e curiosità autentiche.
Parliamo della trama. Come inizia questa discesa nel sottosuolo?
I due bambini stanno esplorando le colline intorno a Fiesole quando Biribissi, il più temerario, nota una fessura nella roccia. Naturalmente decide di infilarsi dentro, trascinando il prudente Sussi.
E cosa trovano laggiù?
Inizialmente corridoi e caverne che sembrano naturali. Ma presto si accorgono che qualcuno, o qualcosa, ha scavato gallerie troppo regolari per essere casuali.
Il mistero si infittisce subito quindi.
Lorenzini è abile nel dosare la tensione. I bambini trovano attrezzi antichi, disegni sulle pareti, tracce di una civiltà sconosciuta. Ma sempre con un tono che non spaventa troppo il giovane lettore.
Come gestisce l'autore il rapporto tra avventura e paura?
È molto intelligente in questo. Quando la situazione diventa troppo inquietante, inserisce un momento di umorismo o fa emergere la solidarietà tra i due protagonisti.
E alla fine incontrano davvero questa misteriosa civiltà sotterranea?
Senza fare spoiler, posso dire che Lorenzini sceglie una soluzione molto più sottile di Verne. Non siamo nel territorio della fantascienza pura ma in quello del realismo magico ante litteram.
Parliamo dei personaggi. Sussi sembra essere il più riflessivo dei due?
Sussi rappresenta la prudenza, ma non è un codardo. È quello che riflette prima di agire, che cerca sempre una spiegazione razionale per quello che vedono.
Mentre Biribissi?
Biribissi è l'istinto, l'impulso all'esplorazione. Ma Lorenzini non li stereotipa. Nel corso del viaggio i ruoli si invertono più volte, ognuno trova il coraggio quando l'altro vacilla.
C'è un momento particolare che mostra bene questa dinamica?
Quando si trovano davanti a un fiume sotterraneo che sembra invalicabile. Sussi, solitamente cauto, è il primo a proporre di costruire una zattera. Biribissi invece ha paura dell'acqua buia.
Questo rovesciamento dei ruoli è molto moderno come tecnica narrativa.
Lorenzini aveva imparato molto dallo zio Carlo. Sa che i bambini sono complessi, non unidimensionali. Sussi e Biribissi crescono pagina dopo pagina.
Come cambiano durante il viaggio?
Imparano a fidarsi l'uno dell'altro completamente. All'inizio Sussi segue Biribissi con riluttanza, alla fine sono una squadra che si muove all'unisono.
E dal punto di vista psicologico, cosa rappresenta questa discesa nel sotterraneo?
È chiaramente un viaggio iniziatico. Il buio, l'ignoto, la separazione dal mondo familiare sono tutti elementi classici del percorso di crescita.
Ma Lorenzini è consapevole di questi simbolismi?
Credo di sì, ma li maneggia con leggerezza. Non è mai pesante o didascalico. I simboli emergono naturalmente dalla storia.
Quali sono i temi principali che attraversano il romanzo?
Il coraggio, ovviamente, ma inteso come superamento delle proprie paure specifiche. Poi l'amicizia come risorsa per affrontare l'ignoto.
E c'è anche una riflessione sul progresso e la modernità?
Assolutamente. Ricordiamo che siamo nel 1902, l'Italia si sta industrializzando. I bambini portano con sé alcuni oggetti moderni che si rivelano inutili nel mondo sotterraneo.
Che tipo di oggetti?
Biribissi ha un orologio da tasca che smette di funzionare nell'umidità. Sussi porta una bussola che impazzisce vicino ai depositi minerari. Devono imparare a orientarsi diversamente.
Quindi c'è una critica alla fiducia cieca nella tecnologia?
Non una critica, piuttosto un invito all'equilibrio. La tecnologia è utile ma non può sostituire l'intelligenza, l'istinto, la capacità di adattamento.
Che ruolo gioca la natura in tutto questo?
La natura sotterranea è sia ostacolo che alleata. I bambini imparano a leggere i segni, a capire quando una galleria è stabile, quando l'aria è respirabile.
È una natura personificata, quasi animata?
Lorenzini le dà una voce attraverso i suoni. L'eco che cambia a seconda delle dimensioni delle caverne, lo scorrere dell'acqua che indica direzioni, il silenzio che preannuncia pericoli.
Parlando di voce, come descriveresti lo stile di Lorenzini?
Ha ereditato dallo zio la capacità di parlare ai bambini senza infantilizzarli. Il linguaggio è semplice ma mai banale, ricco di immagini concrete.
Riesce a far sentire davvero l'ambiente sotterraneo?
È molto bravo nelle descrizioni sensoriali. Non solo quello che i bambini vedono, ma quello che sentono, annusano, toccano. Il lettore quasi sente l'umidità sulla pelle.
C'è una frase o un passaggio che ti è rimasto particolarmente impresso?
Quando Sussi dice che il buio non è vuoto ma pieno di cose che non sanno ancora vedere. È una metafora bellissima dell'infanzia che scopre il mondo.
Come gestisce Lorenzini il ritmo narrativo?
Alterna momenti di tensione a pause contemplative. Quando i bambini si fermano a riposare, spesso riflettono su quello che hanno vissuto, elaborano le esperienze.
È una struttura episodica o più lineare?
Direi lineare ma con variazioni di intensità. Ogni capitolo presenta una sfida diversa, fisica o psicologica, che fa progredire sia l'azione che la crescita dei personaggi.
E dal punto di vista del narratore, che scelte fa?
È una terza persona che si mantiene vicina ai bambini, quasi mai onnisciente. Scopriamo il mondo sotterraneo attraverso i loro occhi, con i loro limiti.
Questo crea più suspense?
Esatto. Il lettore sa tanto quanto Sussi e Biribissi, quindi condivide le loro paure e le loro scoperte in tempo reale.
Ci sono dei dialoghi particolarmente riusciti?
Lorenzini ha un ottimo orecchio per il parlato dei bambini. I dialoghi non suonano mai artificiali, hanno quel mix di serietà e leggerezza tipico dei ragazzini.
Contestualizziamo il libro. Il 1902 è un momento particolare per l'Italia.
È l'epoca giolittiana, l'Italia guarda al futuro con ottimismo. C'è fiducia nel progresso ma anche nostalgia per un passato più semplice.
E questo si riflette nel romanzo?
I bambini vengono da una Firenze che si modernizza, ma trovano nel sottosuolo tracce di civiltà antichissime. È come un dialogo tra passato e futuro.
Come si posiziona rispetto alla letteratura per ragazzi del tempo?
È meno didascalico del De Amicis di Cuore, meno favolistico di Collodi. Cerca una strada intermedia, più realistica ma ancora capace di meraviglia.
E rispetto ai modelli stranieri?
Verne è il riferimento ovvio, ma anche Stevenson per l'avventura, Twain per il realismo dell'infanzia. Lorenzini li conosce tutti ma non li imita.
Che accoglienza ebbe il libro quando uscì?
Fu apprezzato dalla critica ma non ebbe il successo commerciale di Pinocchio. Forse era troppo sottile per il gusto dell'epoca, che preferiva storie più marcatamente edificanti.
E oggi come lo leggiamo?
Oggi apprezziamo proprio quella sottilezza che forse allora non fu capita. È un libro che rispetta l'intelligenza dei giovani lettori.
Ci sono elementi che non hanno funzionato completamente?
Alcune descrizioni delle gallerie diventano un po' ripetitive. E il finale, pur poetico, potrebbe lasciare insoddisfatti i lettori che si aspettano più azione.
Il finale è troppo aperto?
Non troppo aperto, ma forse troppo meditativo. Lorenzini privilegia la crescita interiore dei personaggi rispetto alla risoluzione dell'avventura esteriore.
Ma questo non è anche un pregio?
Per un lettore maturo sì. Per un bambino del 1902 forse era frustrante. Oggi probabilmente sarebbe più apprezzato.
Quali sono i punti di forza che rimangono impressi?
La capacità di creare atmosfera, l'autenticità dei personaggi, la delicatezza nel trattare temi profondi senza appesantire la narrazione.
È un libro che consiglieresti oggi?
Assolutamente sì, sia ai giovani lettori che agli adulti interessati alla storia della letteratura per ragazzi. È una piccola gemma che merita di essere riscoperta.
Elena, grazie per averci fatto conoscere questo Lorenzini dimenticato. Sussi e Biribissi suona come un viaggio che vale la pena intraprendere.
Grazie a te Marco. È un libro che ti accompagna, come le voci degli amici che echeggiano nelle gallerie buie della memoria.